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STAZIO Pg. XXI, 12;
Pg. XXII, 25; Pg. XXV, 29; Pg. XXXIII, 134

cit. Pg. XXIV, 119; Pg. XXVII, 47; Pg. XXXII, 29
Cornice V - avari e prodighi

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Pg. XXI, 79-81
Ora chi fosti, piacciati ch'io sappia,
e perchè tanti secoli giaciuto
qui se', ne le parole tue mi cappia

"Ora chi fosti"
Publio Papinio Stazio nacque a Napoli (non a Tolosa, come sostiene Dante, che, come tutti i suoi contemporanei, confonde il poeta Stazio con il retore Lucio Stazio Ursolo, vissuto al tempo di Nerone) intorno al 45 d.C. e cominciò ad affermarsi "col nome che più dura e più onora" (Pg. XXI, 85), con il nome, dunque, di poeta, a Roma sotto l'impero di Tito, ricordato qui con la sua impresa più famosa, la distruzione di Gerusalemme del 70 d.C., impresa che, tuttavia, fu compiuta quando era ancora imperatore il padre di Tito, Vespasiano.
Stazio è autore della "Tebaide", poema epico dedicato al nuovo imperatore Domiziano, che aveva preso il posto del fratello Tito nel 93 d.C..
Nel poema egli riprese e sviluppò i temi dell'antico ciclo epico tebano, centrato sulla lotta fra i due figli di Giocasta ed Edipo, Eteocle e Polinice, per il controllo politico di Tebe.
Stazio pose mano, infine, all'"Achilleide", poema epico sulle imprese eroiche di Achille, rimasto però incompiuto per la sua prematura morte avvenuta a Napoli nel 96 d.C..
Entrambi i poemi epici furono molto noti a Dante, come del resto furono molto apprezzati durante tutto il Medioevo, mentre rimasero sconosciute, fino a che le rinvenne l'umanista Poggio Bracciolini, le "Silvae", una raccolta di carmi di vario argomento.


"e perchè"

Pg. XXII, 34-36
Or sappi ch'avarizia fu partita
troppo da me, e questa dismisura
migliaia di lunari
(mesi) hanno punita.

Dove Dante abbia tratto la notizia della prodigalità di Stazio non è chiaro, certo è che coglie l'occasione per chiarire ancor meglio la differenza che corre fra un atteggiamento positivo ed il suo eccesso, che diviene peccato: la prodigalità è l'eccesso della liberalità, come la lussuria è l'eccesso dell'amore.

"tanti secoli giaciuto / quì se'"
Dall'opera epica di Stazio nulla emerge del suo essersi avvicinato alla fede, che sola è fonte di salvezza, e, dunque, Virgilio può chiedere dove sia l'origine della sua conversione.
Stazio, con espressione bella e dolcissima, individua proprio in Virgilio l'origine della sua fede, subito dopo l'illuminazione della grazia divina:

Pg. XXII, 67-69; 73
Facesti come quei che va di notte,
che porta il lume dietro e sé non giova,
ma dopo sè fa le persone dotte,
................
Per te poeta fui, per te cristiano.

Stabilito che Stazio fu cristiano, e quindi salvo, rimane da spiegare tutto il tempo già trascorso nel Purgatorio.

Pg. XXII, 89-93
... ebb'io battesmo;
ma per paura chiuso cristian fu'mi,
lungamente mostrando paganesmo;
e questa tepidezza il quarto cerchio
cerchiar mi fé più che 'l quarto centesmo

(propriamente "l'ultimo anno di cento", vale qui quattrocento anni)

Pg. XXI, 67-68
E io, che son giaciuto a questa doglia
cinquecent'anni e più ...

Stazio morì nel 96 d.C. quindi è già rimasto nel Purgatorio più di milleduecento anni, di cui quattrocento, nella quarta cornice per purgare il peccato di accidia, cinquecento nella quinta cornice per purgare la prodigalità, il tempo restante nell'Antipurgatorio e nelle prime tre cornici.
Dante sviluppa per contrasto, nel personaggio di Stazio, il tema, derivato dalla teologia tommasiana, della volontarietà della espiazione delle anime: la volontà individuale delle anime liberamente si accorda alla volontà divina nella purgazione, come nella fine di essa.

Già Pietro, figlio di Dante e commentatore della Commedia, ritiene che Stazio, che da questo momento si affianca ai due poeti, rappresenti la filosofia morale, che si affianca alla filosofia razionale, Virgilio, la ragione umana, per poter proseguire il cammino fino a che intervenga Beatrice, la scienza divina, la teologia.
Tuttavia in Stazio Dante avvia il recupero, sul terreno morale, della poesia classica, e tale recupero costituisce il presupposto dell'opera di letterati e filosofi medievali, che già trovavano nella poesia latina il modello stilistico.